Vendicari la Riserva da scoprire

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L a   T o r r e   S v e v a

La testimonianza più antica su questo monumento resta ancora quella del Fazello, il quel attribuisce la costruzione della torre a Pietro d'Aragona, duca di Noto e fratello di Alfonso re di Spagna e di Sicilia (1416-1458). Anche se non corroborata da alcuna documentazione, questa affermazione fu ripresa due secoli dopo dallo storico Vito Amico, il quale aggiunse che per un certo periodo di tempo la torre appartenne alla famiglia Salonia, il sui scudo pare fosse stato un tempo attaccato ad un lato della costruzione.

I documenti e le notizie che oggi si hanno sull'edificio stabiliscono tutti quanti una relazione tra la costruzione, i restauri e la fortificazione della torre e l'esigenza di difendere e proteggere il mercato granario esistente da antica data nel porto di Vendicari. Un diploma del 1396 concede alla città di Noto il diretto di esportare grano dal porto di Vendicari. Un documento che il Fazello dovette consultare è un privilegio del 1464, con il quale Giovanni d'Aragona accorda ai Netini di poter completare la costruzione della torre di Vendicari già iniziata dall'infante Pietro. Ma, come osserva Giuseppe Agnello, sulla scorta anche dell'esame stilistico delle strutture architettoniche del monumento, l'intervento del re aragonese dovette riguardare solamente il secondo ordine della torre, complimento prefate turris. Diversamente non si spiegherebbe come il porto di Vendicari potesse essere rimasto sguarnito di difesa fino al 1464. Del resto opere di restauro e di fortificazione della torre si ebbero anche in seguito, come dimostrato da un documento conservato nell'archivio di Simancas e consultato dallo studioso netino Corrado Gallo. Il vicerè Giovanni De Vega, continuando l'opera di fortificazione della Sicilia contro le scorrerie dei turchi, avviata già dal suo predecessore Ferrante Gonzaga, inviò per un sopralluogo nella parte sud-orientale dell'isola il dottore Andrea Arduino, protettore del Real Patrimonio, già consigliere del Gonzaga. Del sopralluogo, avvenuto nel 1550, l'inviato del viceré fece una relazione dalla quale si apprendono notizie circa la fortificazione della torre di Vendicari.

Questi documenti confermano l'ipotesi di Agnello circa il completamento della torre e le trasformazioni da essa subite nel corso del Cinquecento. La considerevole somma di tremilacinquecento scudi, l'installazione di pezzi di artiglieria, l'affermazione secondo cui il completamento della torre sarebbe stato di grande utilità alla corte regia e di sicurezza a tutto l'agro netino sono segni inequivocabili che in quella occasione grosse trasformazioni militari vennero apportate alla torre, per la difesa del commercio portuale di Vendicari. Si spiega, dunque, la diversità di stile riscontrata da Agnello tra ciò che resta del piano superiore e tutta la struttura architettonica del piano inferiore, il cui impianto è tipico dell'architettura sveva. La solidità strutturale del pianterreno è tipicamente sveva, così come la tecnica muraria del rivestimento esterno, che, secondo Agnello, si richiama a quella di Castel Matoio cui giunge l'acqua del mare, così come avviene nel cosiddetto bagno della regina di Castel Maniace. Fra gli altri richiami a monumenti svevi lo studioso ne individua alcuni con il castello di Enna, Castel del Monte ad Andria, e con Castello Ursino a Catania. Anche se non ci si sofferma sulla descrizione analitica del monumento, cosa per la quale si rimanda al citato studio di Agnello, è molto evidente che la torre fu costruita in tempi diversi e che la sua struttura di base è da ascrivere all'età sveva.

Notizie del caricatoio di Vendicari, che la torre doveva difendere, si hanno in un dispaccio del 19 ottobre 1502 col quale il viceré Giovanni La Nuca concede alla città di Noto di poter fruire, in caso di bisogno, del frumento conservato nel caricatoio. Simili provvedimenti vennero presi un secolo dopo dal presidente del Regno Luigi Moncada, duca di Montalto, in date diverse: il 19 gennaio, il 18 febbraio, il 19 ottobre.

Del primo settecento è una testimonianza dello scrittore di lingua francese Pierre del Callejo y Angulo, il quale scrisse che lontana sei miglia da Noto è la baia di Vendicari capace di contenere molte tartane o navigli da carico. Ivi è la torre della Deputazione del re con due cannoni di bronzo.

Dunque la fortificazione della torre, voluta dal vicerè De Vega nel Cinquecento, con l'uso di pezzi d'artiglieria, serviva ancora nel Settecento, tant'è vero che la piena efficienza difensiva della torre di Vendicari si dimostrò ancora nel 1798, allorché un'incursione corsara ebbe luogo nella marina di Mazzarelli, presso Ragusa. In quella occasione furono inviati rinforzi nelle torri di Capo Passero e di Vendicari, le quali costituivano il più valido presidio per la tutela dell'ultimo settore della costa sud-orientale della Sicilia.

Il venir meno del pericolo delle incursioni corsare ha fatto cadere, nel corso dell'Ottocento, la funzione difensiva della torre, che perciò è stata definitivamente abbandonata. Alcuni decenni fa è stata avanzata, al ministero della pubblica Istruzione, che ha in consegna l'edificio della torre, la richiesta, da parte dell'Ente Fauna Siciliana, avallata dal parere favorevole della Soprintendenza ai monumenti della Sicilia orientale di Catania, di poter utilizzare la torre, previo il necessario restauro , per installarvi un osservatorio ornitologico per lo studio dell'avifauna della Sicilia. L'Ente Fauna Siciliana, con questa richiesta, si impegnava ad installare nella torre strumenti meteorologici a registrazione, strumenti ottici, biblioteca, foresteria, ecc. S'impegnava anche alla manutenzione e alla custodia della torre. Purtroppo questa istanza, avanzata il 4 giugno del 1974, non è stata opportunamente recepita e non ha avuto alcun seguito fino a tre anni fa quando sono iniziati i lavori di restauro di tutti gli edifici presenti nell'area della Torre. La torre di Vendicari è rimasta perciò abbandonata al silenzio della zona e all'abbraccio del mare, che la lambisce da tre lati, ma potrà, finalmente, fra non molto, risorgere nel suo antico splendore.