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Condimento usato nella cucina antica |
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Ingredienti: interiora di pesci e sale
macerati, essiccati per due mesi con aggiunta di spezie |
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Il termine garum è di
origine greca e designava in principio un pesce o una categoria di pesci
destinati alla preparazione di questo particolare condimento ottenuto
dalla fermentazione di alcuni pesci ad opera dei loro stessi enzimi, in
presenza di sale in funzione antisettica; era un condimento altamente
proteico, composto da aminoacidi liberi, immediatamente assimilabili
dall’organismo. Esso fu l’ingrediente principe della cucina antica.ì
usato già dai Greci fin dal V sec. a.c..
Nel De re coquinaria
compare costantemente, ora il garum ora il liquamen, tradotti
indistintamente come salsa di pesce; per questo sorge la domanda
se sia o no ammissibile che questo ingrediente fondamentale in quasi
tutti i piatti, compresi quelli nei quali il pesce non legava, possa
essere stato proprio il garum.
Per dare una risposta
occorre in primo luogo esaminare cosa in realtà fosse questo
ingrediente.
Diversi autori ci tramandano
ricette per la sua preparazione.
Nelle Geoponiche (20,
46, 1 e segg.), di cui non conosciamo l’autore e la datazione precisa,
leggiamo: gettare in un recipiente interiora di pesci e pescetti piccoli
fatti salare al sole e mescolarli frequentemente; una volta ottenuta la
salamoia filtrare tutto in una cesta, dove rimane la parte solida, l’allec.
Alcuni aggiungono anche vino vecchio nella misura di due sestanti per
ogni sestante di pesce. Se si ha bisogno di usare subito il garum
senza tenerlo tanto al sole, si cuoce rapidamente mettendo il pesce in
acqua di mare concentrata in modo che un uovo vi galleggi, fino a quando
non sia ridotto abbastanza di volume, quindi si cola. Ma il fiore del
garum
si ottiene con le interiora, il sangue ed il siero dei tonni sopra cui
si sparge sale e si fa macerare per due mesi.
Forse più efficace e precisa
ci appare la ricetta di Gargillo Marziale ( 62) secondo
cui si mettono in un vaso ben stagnato pesci a carni grasse come
salmoni, anguille, alose, sardine, ed erbe aromatiche seccate e sale,
alternando strati dei vari ingredienti. Si chiude con un coperchio e si
lascia riposare per sette giorni; nei venti giorni successivi si mescola
fino in fondo e alla fine se ne raccoglie il liquido.
Ma la trattazione più
completa di questo prodotto così particolare ci viene offerta da
Plinio il Vecchio (Naturalis Historia 31, 93 e sgg.), che
enumera il garum fra le sostanze saline, come un "liquor
exquisitus" ottenuto dalla macerazione nel di intestini di pesci: da qui
nasce la favola del garum come "marcio di materie in
putrefazione", perché la fermentazione veniva confusa con la
putrefazione. Infatti ai tempi di Plinio, si facevano conserve di pesce
e si conoscevano i metodi per farle, senza rendersi conto del meccanismo
della conservazione del pesce salato.
Sempre di Plinio è la
notizia secondo cui nel I sec. a.C. il migliore
garum è il garum sociorum, fatto con gli sgombri e
proveniente dalla Spagna da una società di Cartagine che esportava
soprattutto in Italia. Questo era costosissimo, al pari dei profumi.
Anche in Italia, a Pompei, Clazomene e Leptis esistevano fabbriche
rinomate di garum. Si commerciavano anche una specie di
garum senza condimenti, il gari flos per se, e una specie
fatta di pesce a scaglie, il garum castimoniale.
Questa sostanza veniva usata
anche in medicina contro la scabbia degli ovini, le ustioni recenti, i
morsi dei cani e del coccodrillo, per guarire le ulcere, la dissenteria
e i malanni delle orecchie. Il sedimento non lavorato e non filtrato del
garum è l’allex.
In altri autori ritroviamo
l’uso del termine garum, usato con sfumature diverse di
significato.
In Columella ( De
re rustica, 6, 34) il garum
viene citato come rimedio contro una " pestifera labes" che prende le
cavalle e in pochi giorni le conduce alla morte. In questo caso si
rivela utile versare nelle narici degli animali una certa quantità di
garum: quattro sestari o un congio secondo le dimensioni del
capo, pari a circa 2 e 3 litri.
Conoscendo l’elevato costo
del garum, possiamo stabilire che per manovre di questo tipo
non si sarà usato il garum
sociorum, ma uno di qualità più scadente, probabilmente prodotto
nella villa e conservato per uso terapeutico.
Anche Seneca in una
delle lettere a Lucilio ( Ep. XV, 95, 25) fa un breve accenno al
garum, inserendolo in una lista di cibi estremamente dannosi per lo
stomaco di chi ne fa uso, perché "non vengono digeriti, ma
imputridiscono". Ecco allora che, tra funghetti che avvelenano
larvatamente, gelati che provocano l’indurimento del fegato, ostriche
nutrite nel fango che danno pesantezza, si colloca il garum sociorum
come "prezioso marciume di pesci andati a male" che brucia le viscere
con la sua acida putredine. |
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Il garum viene dunque assunto da Seneca come simbolo della
dissolutezza di tutti coloro che si preoccupavano esclusivamente di
mangiare bene e di godersi la vita. Non a caso lo stesso garum
compariva in quasi tutte le ricette di Apicio: Seneca (Ad Helviam,
10, 8-9) da stoico qual’ era, racconta la punizione esemplare e meritata
di un provocatore della dissolutezza e di un predicatore della
gastronomia, con tutta l’indignazione del filosofo che vedeva espellere
i suoi colleghi da Roma.
Un alimento così prelibato non poteva certo mancare sulla tavola del più
noto anfitrione di tutti i tempi quale fu Trimalchione. Petronio ci
descrive minuziosamente i vari fercula della cena fra cui compare (Satyricon,
36, 3 ) un enorme vassoio al centro del quale trionfa una lepre ad
imitazione di Pegaso, e agli angoli quattro statuette di Marsia, dai cui
otricelli scorre una salsa di garum e pepe su pesci posti in
una canaletta in pose tali da sembrare vivi e nuotare nel mare.
Questa immagine ci conferma che il garum doveva essere una
sostanza fluida, tanto da poter scorrere e da poter essere imbottigliata
anche in stretti flaconi, simili a quelli per profumi.
Possiamo dire che il garum si trova davvero "in tutte le salse"
nel De re coquinaria, dove Apicio , o chi per lui, inserisce il
garum in oltre venti ricette, abbinandolo ai sapori più
svariati.
Nella ricetta I,6 si consiglia di affumicare il garum
che abbia preso un cattivo odore, con fumi di alloro e cipresso; questo
testimonierebbe la notizia di Plinio "odore quoque ingrato ceu gari" (Nat.
Hist., 31, 90), secondo cui la salsa aveva un odore fortemente
sgradevole.
Il garum poteva essere usato in modi diversi: nella ricetta
II, 1, 2 si utilizza per friggere polpette di calamari sminuzzati
come alternativa dell’olio. Quest’uso di triturare i pesci per farne
volgari polpette, secondo la testimonianza di
Lampidio (Historia
Augusta Hel. 19, 6 ), fu introdotta a Roma da Elogabalo amante dei
gusti esotici. Quindi questa ricetta è databile tra il 218 e il 222 d.
C. e fu inserita nel codice apiciano intorno alla prima metà del III
sec. d. C.. Nella ricetta IV, 2, 35 fra pere, miele e passito, e
nella IV, 2, 37 fra mele, mosto e miele, compare l’immancabile "liquamen",
dai più interpretato come garum. In realtà in questi casi, la
presenza di un po’ d’olio e di pepe, mi fa ritenere che si tratti
piuttosto di quella forma di sale liquido o semiliquido che le massaie
preparavano comunemente facendo evaporare l’acqua di mare. Del resto
anche noi oggi, nella preparazione di torte e dolci, aggiungiamo un
pizzico di sale, e non certo qualcosa di somigliante alla pasta di
acciughe!
Doveva trattarsi invece della salsa di pesce nella ricetta VII, 13, 9
dove il garum è usato per preparare il latte acido: qui il
gusto acidulo tanto amato dai romani doveva essere ottenuto con questo
ingrediente e non semplice con semplice sale.
Lo stesso doveva essere per i casi dei composti del garum: in
tutti i casi di ricette in cui compare l’oenogarum (I, 17;
VII, 3, 1-2; X, 3, 11-12) , possiamo essere certi che si trattasse
della particolare salsa di pesce aromatizzata con vino e che non
potrebbe trattarsi certo di semplice sale. Anche per l’hidrogarum
( II, 2, 1-2; II, 2, 5) e per l’oxigarum (I, 20,
1-2) possiamo fare la stessa considerazione. |
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